, se il voglia;
perocché sua possanza a tutte è sopra.
Or tu con care parolette il molci,
e tosto il placherai. - Surse, ciò detto,
ed all'amata genitrice un tondo
gemino nappo fra le mani ei pose,
bisbigliando all'orecchio: O madre mia,
benché mesta a ragion, sopporta in pace,
onde te con quest'occhi io qui non vegga,
te, che cara mi sei, forte battuta;
ché allor nessuna con dolor mio sommo
darti aìta io potrei. Duro egli è troppo
cozzar con Giove. Altra fiata, il sai,
volli in tuo scampo venturarmi. Il crudo
afferrommi d'un piede, e mi scagliò
dalle soglie celesti. Un giorno intero
rovinai per l'immenso, e rifinito
in Lenno caddi col cader del sole,
dalli Sinzii raccolto a me pietosi.
Disse; e la Diva dalle bianche braccia
rise, e in quel riso dalla man del figlio
prese il nappo. Ed ei poscia agli altri Eterni,
incominciando a destra, e dal cratere
il nèttare attignendo, a tutti in giro
lo mescea. Suscitossi infra' Beati
immenso riso nel veder Vulcano
per la sala aggirarsi affaccendato
in quell'opra. Così, fino al tramonto,
tutto il dì convitossi, ed egualmente
del banchetto ogni Dio partecipava.
solitario nel piano ergesi un colle
a cui s'ascende d'ogni parte. È detto
da' mortai Batïèa, dagl'immortali
tomba dell'agilissima Mirinna;
ivi i Teucri schierârsi e i collegati.
Capitan de' Troiani è il grande Ettorre,
d'eccelso elmetto agitator. Lo segue
de' più forti guerrier schiera infinita
coll'aste in pugno di ferir bramose.
Ai Dardani comanda il valoroso
figliuol d'Anchise Enea cui la divina
Venere in Ida partorì, commista
Diva immortale ad un mortal; ned egli
solo comanda, ma ben anco i due
Antenòridi Archìloco e Acamante
in tutte guise di battaglia esperti.
Quei che dell'Ida alle radici estreme
hanno stanza in Zelèa ricchi Troiani
la profonda beventi acqua d'Asepo,
Pandaro guida, licaonio figlio,
cui fe' dono dell'arco Apollo istesso.
Della città d'Apesio e d'Adrastèa,
di Pitïèa la gente e dell'eccelsa
ferèa montagna han duci Adrasto ed Anfio
corazzato di lino, ambo rampolli
di Merope Percosio. Era costui
divinator famoso, ed a' suoi figli
non consentìa l'andata all'omicida
guerra. Ma i figli non l'udir; ché nero
a morir li traea fato crudele.
Mandâr Percote e Prazio e Sesto e Abido
e la nobile Arisba i lor guerrieri,
ed Asio li conduce, Asio figliuolo
d'Irtaco, e prence che d'Arisba venne
da fervidi portato alti cavalli
alla riviera sellentèa nudriti.
Dalla pingue Larissa i furibondi
lanciatori pelasghi Ippòtoo mena
con Pilèo, bellicosi ambo germogli
del pelasgico Leto Teutamìde.
Acamante e l'eroe duce Piròo
i Traci conducean quanti ne serra
l'estuoso Ellesponto; ed i Cicòni
del giavellotto vibratori, Eufemo
del Ceade Trezeno alto nipote;
poi Pirecme i Peòni a cui sul tergo
suonan gli archi ricurvi, e gli spedisce
la rimota Amidone, e l'Assio, fiume
di larga correntìa, l'Assio di cui
non si spande ne' campi onda più bella.
Dall'èneto paese ov'è la razza
dell'indomite mule, conducea
di Pilemene l'animoso petto
i Paflagoni, di Citoro e Sèsamo
e di splendide case abitatori
lungo le rive del Partenio fiume,
e d'Egiàlo e di Cromna e dell'eccelse
balze eritine. Li seguìa la squadra
degli Alizoni d'Alibe discesi,
d'Alibe ricca dell'argentea vena.
Duci a questi eran Hodio ed Epistròfo,
e Cromi ai Misii e l'indovino Ennòmo.
Ma con gli augurii il misero non seppe
schivar la Parca. Sotto l'asta ei cadde
del Pelìde, quel dì che di nemica
strage vermiglio lo Scamandro ei fece.
Forci ed Ascanio dëiforme al campo
dall'Ascania traean le frigie torme
di commetter battaglia impazïenti.
Di Pilemene i figli Antifo e Mestle,
alla gigèa palude partoriti,
ai Meonii eran duci, a quelli ancora
che alla falda del Tmolo ebber la vita.
Quindi i Carii di barbara favella
di Mileto abitanti e del frondoso
monte de' Ftiri e del meandrio fiume
e dell'erte di Mìcale pendici.
Anfimaco a costor con Naste impera,
figli di Nomïon, Naste un prudente,
Anfimaco un insano. Iva alla pugna
carco d'oro costui come fanciulla:
stolto! ché l'oro allontanar non seppe
l'atra morte che il giunse allo Scamandro.
Ivi il ferro achilleo lo stese, e l'oro
preda del forte vincitor rimase.
Venìan di Licia alfine, e dai rimoti
gorghi del Xanto i Licii, e li guidava
l'incolpabile Glauco e Sarpedonte.

Libro Terzo
Poiché sotto i lor duci ambo schierati
gli eserciti si fur, mosse il troiano
come stormo d'augei, forte gridando
e schiamazzando, col romor che mena
lo squadron delle gru, quando del verno
fuggendo i nembi l'oceàn sorvola
con acuti clangori, e guerra e morte
porta al popol pigmeo. Ma taciturni
e spiranti valor marcian gli Achivi,
pronti a recarsi di conserto aita.
Come dall'armi ritirarsi il vide,
diè un alto grido Ettorre, e rincorando
Troiani e Licii e Dardani tonava:
Uomini siate, amici, e richiamate
l'antica gagliardìa: lasciato ha il campo
quel fortissimo duce, e a me promette
l'Olimpio Giove la vittoria. Or via
gli animosi cornipedi spingete
dirittamente addosso ai forti Achivi,
e acquisto fate d'immortal corona.
Disse, e in tutti destò la forza e il core.
Come buon cacciator contra un lïone
o silvestre cignale il morso aizza
de' fier molossi, così l'ira instiga
de' magnanimi Troi contro gli Achivi
il Prïamide Marte: ed ei tra' primi
intrepido si volve, e nel più folto
della mischia coll'impeto si spinge
di sonante procella che dall'alto
piomba e solleva il ferrugineo flutto.
Allor chi pria, chi poi fu messo a morte
dal Prïamide eroe, quando a lui Giove
fu di gloria cortese? Assèo da prima,
Autònoo, Opìte, e Dòlope di Clito,
Ofeltio ed Agelao, Esimno, ed Oro
e il bellicoso Ippònoo. Fur questi
i dànai duci che il Troiano uccise:
dopo lor, molta plebe. Come quando
di Ponente il soffiar l'umide figlie
di Noto aggira, e con rapido vortice
le sbatte irato: il mar gonfiati e crebri
volve i flutti, e dal turbo in larghi sprazzi
sollevata diffondesi la spuma:
tal Ettore cader confuse e spesse
fa le teste plebee. Disfatta intera
allor sarìa seguìta, e colla strage
de' fuggitivi ineluttabil danno,
se con questo parlar l'accorto Ulisse
non destava il valor di Dïomede.
Magnanimo Tidìde, e qual disdetta
della nostra virtù ci toglie adesso
la ricordanza? Or su; ti metti, amico,
al mio fianco, e tien fermo: onta sarebbe
lasciar che piombi su le navi Ettorre.
E Dïomede di rincontro: Io certo
rimarrò, pugnerò; ma vano il nostro
sforzo sarà, ché la vittoria ai Teucri
dar vuole, non a noi, Giove nemico.
Disse; e coll'asta alla sinistra poppa
Timbrèo percosse, e il riversò dal carro.
Ulisse uccise Molïon, guerriero
d'apparenza divina, e valoroso
del re Timbrèo scudiero. E spenti questi,
si cacciâr nella turba, simiglianti
a due cinghiali di gran cor, che il cerchio
sbarattano de' veltri; e impetuosi
voltando faccia sgominaro i Teucri,
sì che fuggenti dall'ettòreo ferro
preser conforto e respirâr gli Achivi.
Combattean fra le turbe alti sul carro
fortissimi campioni i due figliuoli
di Merope Percòsio. Il genitore,
celebrato indovino, avea dell'armi
il funesto mestier loro interdetto.
Non l'obbediro i figli, e la possanza
seguîr del fato che traeali a morte.
Coll'asta in guerra sì famosa entrambi
gl'investì Dïomede, e colla vita
dell'armi li spogliò, mentre per mano
cadean d'Ulisse Ippòdamo e Ipiròco.
Contemplava dall'Ida i combattenti
di Saturno il gran figlio, e nel suo senno
equilibrava tuttavia la pugna,
e l'orror della strage. Infurïava
pedon tra' primi battaglianti il figlio
di Peone Agastròfo, e non avea
l'incauto eroe dappresso i suoi corsieri,
onde all'uopo salvarsi; ché in disparte
lo scudier li tenea. Mirollo, e ratto
l'assalse Dïomede, e all'anguinaglia
lo ferì di tal colpo che l'uccise.
Cader lo vide Ettorre, e tra le file
si spinse alto gridando, e lo seguièno
le troiane falangi. Al suo venire
turbossi il forte Dïomede, e vòlto
ad Ulisse, dicea: Ci piomba addosso
del furibondo Ettorre la ruina.
Stiam saldi, amico, e sosteniam lo scontro.
Disse, e drizzando alla nemica testa
la mira, fulminò l'asta vibrata,
e colse al sommo del cimier; ma il ferro
fu respinto dal ferro, e non offese
la bella fronte dell'eroe, ché il lungo
triplice elmetto l'impedì, fatato
dono d'Apollo. Sbalordì del colpo
Ettore, e lungi riparò tra' suoi.
Qui cadde su i ginocchi, puntellando
contro il suol la gran palma, e tenebroso
su le pupille gli si stese un velo.
Ma mentre corre a ricovrar Tidìde
sebben lontano. Ti prometto io poi
(e sacra tieni la promessa mia)
che se Giove e Minerva mi daranno
d'Ilio il conquisto, tu primier t'avrai
il premio, dopo me, de' forti onore,
ed in tua man porrollo io stesso, un tripode,
o due cavalli ad un bel cocchio aggiunti,
o di vaghe sembianze una fanciulla
che teco il letto e l'amor tuo divida.
E Teucro gli rispose: Illustre Atride,
a che mi sproni, per me stesso assai
già fervido e corrente? Io non rimango
di far qui tutto il mio poter. Dal punto
che verso la città li respingemmo,
mi sto coll'arco ad aspettar costoro,
e li trafiggo. E già ben otto acuti
dardi dal nervo liberai, che tutti
profondamente si ficcâr nel corpo
di giovani guerrieri, e non ancora
ferir m'è dato questo can rabbioso.
Disse; e di nuovo fe' volar dall'arco
contr'Ettore uno strale. Al colpo tutta
ei l'anima diresse, e nondimeno
fallì la freccia, ché l'accolse in petto
di Prïamo un valente esimio figlio
Gorgizïon, cui d'Esima condotta
partorì la gentil Castïanira,
che una Diva parea nella persona.
Come carco talor del proprio frutto,
e di troppa rugiada a primavera
il papaver nell'orto il capo abbassa,
così la testa dell'elmo gravata
su la spalla chinò quell'infelice.
E Teucro dalla corda ecco sprigiona
alla volta d'Ettorre altra saetta,
più che mai del suo sangue sitibondo.
E pur di nuovo uscì lo strale in fallo,
ché Apollo il devïò, ma colse al petto
d'Ettòr l'audace bellicoso auriga
Archepòlemo presso alla mammella.
Cadde ei rovescio giù dal cocchio, addietro
si piegaro i cavalli, e quivi a lui
il cor ghiacciossi, e l'anima si sciolse.
Di quella morte gravemente afflitto
il teucro duce, e di lasciar costretto,
mal suo grado, l'amico, a Cebrïone
di lui fratello che il seguìa, fe' cenno
di dar mano alle briglie. Ad obbedirlo
Cebrïon non fu lento; ed ei d'un salto
dallo splendido cocchio al suol disceso
con terribile grido un sasso afferra,
a Teucro s'addirizza, e di ferirlo
l'infiammava il desìo. Teucro in quel punto
traeva un altro doloroso telo
dalla faretra, e lo ponea sul nervo.
Mentre alla spalla lo ritragge in fretta,
e l'inimico adocchia, il sopraggiunge
crollando l'elmo Ettorre, e dove il collo
s'innesta al petto ed è letale il sito,
coll'aspro sasso il coglie, e rotto il nervo
gl'intorpidisce il braccio. Dalle dita
l'arco gli fugge, e sul ginocchio ei casca.
Il caduto fratello in abbandono
Aiace non lasciò, ma ratto accorse,
e col proteso scudo il ricoprìa,
finché lo si recâr sovra le spalle
due suoi cari compagni, Mecistèo
d'Echìo figliuolo, e il nobile Alastorre,
e alle navi il portâr che gravemente
sospirava e gemea. Ne' Teucri allora
di nuovo suscitò l'Olimpio Giove
tal forza e lena, che al profondo fosso
dirittamente ricacciâr gli Achei.
Iva Ettorre alla testa, e dalle truci
sue pupille mettea lampi e paura.
Qual fiero alano che ne' presti piedi
confidando, un cinghial da tergo assalta,
od un lïone, e al suo voltarsi attento
or le cluni gli addenta, ora la coscia;
così gli Achivi insegue Ettorre, e sempre
uccidendo il postremo li disperde.
Ma poiché l'alto fosso ed il palizzo
ebber varcato i fuggitivi, e molti
il troiano valor n'avea già spenti,
giunti alle navi si fermaro, e insieme
mettendosi coraggio, e a tutti i numi
sollevando le man spingea ciascuno
con alta voce le preghiere al cielo.
Signor del campo d'ogni parte intanto
agitava i destrieri il grande Ettorre
di bel crine superbi, e rotar bieco
le luci si vedea come il Gorgóne,
o come Marte che nel sangue esulta.
Impietosita degli Achei la bianca
Giuno a Minerva si rivolse, e disse:
Invitta figlia dell'Egìoco Giove,
dunque, ohimè! non vorremo aver più nullo
pensier de' Greci già cadenti, almeno
nell'estremo lor punto? Eccoli tutti
l'empio lor fato a consumar vicini
posto le avea. Nella costei sembianza
la Dea le scosse la nettarea veste,
e, Vieni, le dicea, vieni; ti chiama
Alessandro che già negli odorati
talami stassi, e su i trapunti letti
tutto risplende di beltà divina
in sì gaio vestir, che lo diresti
ritornarsi non già dalla battaglia,
ma invïarsi alla danza, o dalla danza
riposarsi. Sì disse, e il cor nel seno
le commosse. Ma quando all'incarnato
del bellissimo collo, e all'amoroso
petto, e degli occhi al tremolo baleno
riconobbe la Dea, coglier sentissi
di sacro orrore, e ritrovate alfine
le parole, sclamò: Trista! e che sono
queste malizie? Ad alcun'altra forse
di Meonia o di Frigia alta cittade
vuoi tu condurmi affascinata in braccio
d'alcun altro tuo caro? Ed or che vinto
il suo rival, me d'odio carca a Sparta
e perdonata Menelao radduce,
sei tu venuta con novelli inganni
ad impedirlo? E ché non vai tu stessa
e goderti quel vile? Obblìa per lui
l'eterea sede, né calcar più mai
dell'Olimpo le vie: statti al suo fianco,
soffri fedele ogni martello, e il cova
finché t'alzi all'onor di moglie o ancella;
ch'io tornar non vo' certo (e fôra indegno)
a sprimacciar di quel codardo il letto,
argomento di scherno alle troiane
spose, e a me stessa d'infinito affanno.
E irata a lei la Dea: Non irritarmi,
sciagurata! non far ch'io t'abbandoni
nel mio disdegno, e tanto io sia costretta
ad abborrirti alfin quanto t'amai;
e t'amai certo a dismisura. Or io
negli argolici petti e ne' troiani
metterò, se mi tenti, odii sì fieri,
che di mal fato perirai tu pure.
L'alma figlia di Leda a questo dire
tremò, si chiuse nel suo bianco velo,
e cheta cheta in via si pose, a tutte
le Troadi celata, e precorreva
a' suoi passi la Dea. Poiché venute
fur d'Alessandro alle splendenti soglie,
corser di qua di là le scaltre ancelle
ai donneschi lavori, ed ella intanto
bellissima saliva e taciturna
ai talami sublimi. Ivi l'amica
del riso Citerea le trasse innanzi
di propria mano un seggio, e di rimpetto
ad Alessandro il collocò. S'assise
la bella donna, e con amari accenti,
garrì, senza mirarlo, il suo marito:
E così riedi dalla pugna? Oh fossi
colà rimasto per le mani anciso
di quel gagliardo un dì mio sposo! E pure
e di lancia e di spada e di fortezza
ti vantasti più volte esser migliore.
Fa cor dunque, va, sfida il forte Atride
alla seconda singolar tenzone.
Ma t'esorto, meschino, a ti star queto,
né nuovo ritentar d'armi periglio
col tuo rivale, se la vita hai cara.
Non mi ferir con aspri detti, o donna,
le rispose Alessandro. Fu Minerva
che vincitor fe' Menelao, sol essa.
Ma lui del pari vincerò pur io,
ch'io pure al fianco ho qualche Diva. Or via
pace, o cara, e ne sia pegno un amplesso
su queste piume; ché giammai sì forte
per te le vene non scaldommi Amore,
quel dì né pur che su veloci antenne
io ti rapìa di Sparta, e tuo consorte
nell'isola Crenea ti giacqui in braccio.
No, non t'amai quel dì quant'ora, e quanto
di te m'invoglia il cor dolce desìo.
Disse; ed al letto s'avvïaro, ei primo,
ella seconda; e l'un dell'altro in grembo
su i mollissimi strati si confuse.
Come irato lïon l'Atride intanto
di qua di là si ravvolgea cercando
il leggiadro rival; né lui fra tanta
turba di Teucri e d'alleati alcuno
significar sapea, né lo sapendo
l'avrìa di certo per amor celato;
ché come il negro ceffo della morte
abborrito da tutti era costui.
Fattosi innanzi allora Agamennóne,
Teucri, Dardani, ei disse, e voi di Troia
alleati, m'udite. Vincitore
fu, lo vedeste, Menelao. Voi dunque
Elena ne rendete, e tutta insieme
la sua ricchezza, e d'un'ammenda inoltre
ne rintegrate che convegna, e tale
che memoria ne passi anco ai nepoti.
Disse; e tutto gli plause il campo acheo.

Misera! in Argo all'insolente cenno
d'una straniera tesserai le tele.
Dal fonte di Messìde o d'Iperèa,
(ben repugnante, ma dal fato astretta)
alla superba recherai le linfe;
e vedendo talun piovere il pianto
dal tuo ciglio, dirà: Quella è d'Ettorre
l'alta consorte, di quel prode Ettorre
che fra' troiani eroi di generosi
cavalli agitatori era il primiero,
quando intorno a Ilïon si combattea.
Così dirassi da qualcuno; e allora
tu di nuovo dolor l'alma trafitta
più viva in petto sentirai la brama
di tal marito a scior le tue catene.
Ma pria morto la terra mi ricopra,
ch'io di te schiava i lai pietosi intenda.
Così detto, distese al caro figlio
l'aperte braccia. Acuto mise un grido
il bambinello, e declinato il volto,
tutto il nascose alla nudrice in seno,
dalle fiere atterrito armi paterne,
e dal cimiero che di chiome equine
alto su l'elmo orribilmente ondeggia.
Sorrise il genitor, sorrise anch'ella
la veneranda madre; e dalla fronte
l'intenerito eroe tosto si tolse
l'elmo, e raggiante sul terren lo pose.
Indi baciato con immenso affetto,
e dolcemente tra le mani alquanto
palleggiato l'infante, alzollo al cielo,
e supplice sclamò: Giove pietoso
e voi tutti, o Celesti, ah concedete
che di me degno un dì questo mio figlio
sia splendor della patria, e de' Troiani
forte e possente regnator. Deh fate
che il veggendo tornar dalla battaglia
dell'armi onusto de' nemici uccisi,
dica talun: Non fu sì forte il padre:
E il cor materno nell'udirlo esulti.
Così dicendo, in braccio alla diletta
sposa egli cesse il pargoletto; ed ella
con un misto di pianti almo sorriso
lo si raccolse all'odoroso seno.
Di secreta pietà l'alma percosso
riguardolla il marito, e colla mano
accarezzando la dolente: Oh! disse,
diletta mia, ti prego; oltre misura
non attristarti a mia cagion. Nessuno,
se il mio punto fatal non giunse ancora,
spingerammi a Pluton: ma nullo al mondo,
sia vil, sia forte, si sottragge al fato.
Or ti rincasa, e a' tuoi lavori intendi,
alla spola, al pennecchio, e delle ancelle
veglia su l'opre; e a noi, quanti nascemmo
fra le dardanie mura, a me primiero
lascia i doveri dell'acerba guerra.
Raccolse al terminar di questi accenti
l'elmo dal suolo il generoso Ettorre,
e muta alla magion la via riprese
l'amata donna, riguardando indietro,
e amaramente lagrimando. Giunta
agli ettorei palagi, ivi raccolte
trovò le ancelle, e le commosse al pianto.
Ploravan tutte l'ancor vivo Ettorre
nella casa d'Ettòr le dolorose,
rivederlo più mai non si sperando
reduce dalla pugna, e dalle fiere
mani scampato de' robusti Achei.
Non producea gl'indugi in questo mezzo
dentro l'alte sue soglie il Prïamìde
Paride: e già di tutte rivestito
le sue bell'armi, d'Ilio folgorando
traversava le vie con presto piede.
Come destriero che di largo cibo
ne' presepi pasciuto, ed a lavarsi
del fiume avvezzo alla bell'onda, alfine
rotti i legami per l'aperto corre
stampando con sonante ugna il terreno:
scherzan sul dosso i crini, alta s'estolle
la superba cervice, ed esultando
di sua bellezza, ai noti paschi ei vola
ove amor d'erbe o di puledre il tira;
tale di Priamo il figlio dalla rocca
di Pergamo scendea tutto nell'armi
esultante e corrusco come sole.
Sì ratti i piedi lo portâr, ch'ei tosto
il germano raggiunse appunto in quella
che dal tristo parlar si dipartìa
della consorte. Favellò primiero
Paride, e disse: Alla tua giusta fretta
fui di lungo aspettar forse cagione,
venerando fratello, e non ti giunsi
sollecito, tem'io, come imponesti.
Generoso timor! rispose Ettorre;
null'uom, che l'opre drittamente estimi,
darà biasmo alle tue nel glorioso
mestier dell'armi; ché tu pur se' prode.
Ma, colpa del voler, spesso s'allenta
la tua virtude, e inoperosa giace.
l'offerta accetti, né la stessa pure
rapita donna. Ai Dardani sovrasta,
un fanciullo il vedrìa, l'esizio estremo.
Plausero tutti al suo parlar gli Achivi
con alte grida, e n'ammiraro il senno.
Indi vòlto all'araldo il grande Atride:
Idèo, diss'egli, per te stesso udisti
degli Achei la risposta, e in un la mia.
Quanto agli estinti, di buon grado assento
che siano incesi; ché non dêssi avaro
esser di rogo a chi di vita è privo,
né porre indugio a consolarne l'ombra
coll'officio pietoso. Il fulminante
sposo di Giuno il nostro giuro ascolti.
Così dicendo alzò lo scettro al cielo,
e l'araldo tornossi entro la sacra
cittade ai Teucri, già del suo ritorno
impazïenti e in pien consesso accolti.
Giunse, e intromesso la risposta espose.
Si sparsero allor ratti, altri al carreggio
de' cadaveri intenti, altri al funèbre
taglio de' boschi. Dall'opposta parte
un cuor medesmo, una medesma cura
occupava gli Achivi. E già dal queto
grembo del mare al ciel montando il sole
co' rugiadosi lucidi suoi strali
le campagne ferìa, quando nell'atra
pianura si scontrâr Teucri ed Achei
ognuno in cerca de' suoi morti, a tale
dal sangue sfigurati e dalla polve,
che mal se ne potea, senza lavarli,
ravvisar le sembianze. Alfin trovati
e conosciuti li ponean su i mesti
plaustri piangendo. Ma di Priamo il senno
non consentìa del pianto a' suoi lo sfogo:
quindi afflitti, ma muti, al rogo i Teucri
diero a mucchi le salme; ed arse tutte,
col cuor serrato alla città tornaro.
D'un medesmo dolor rotti gli Achei
i lor morti ammassâr sovra la pira,
e come gli ebbe la funerea fiamma
consumati, del mar preser la via.
Non biancheggiava ancor l'alba novella,
ma il barlume soltanto antelucano,
quando d'Achei dintorno all'alto rogo
scelto stuolo affollossi. E primamente
alzâr dappresso a quello una comune
tomba agli estinti, ed alla tomba accanto
una muraglia a edificar si diero
d'alti torrazzi ghirlandata, a schermo
delle navi e di sé: porte vi fêro
di salda imposta, e di gran varco al volo
de' bellicosi cocchi: indi lunghesso
l'esterno muro una profonda e vasta
fossa scavâr di pali irta e gremita.
Degli Achei la stupenda opra tal era.
La contemplâr maravigliando i numi
seduti intorno al Dio de' tuoni, e irato
sì prese a dir l'Enosigèo Nettunno:
Giove padre, chi fia più tra' mortali,
che gl'Immortali in avvenir consulti,
e n'implori il favor? Vedi tu quale
e quanto muro gli orgogliosi Achei
innanti alle lor navi abbian costrutto
e circondato d'un'immensa fossa
senza offerir solenni ostie agli Dei?
Di cotant'opra andrà certo la fama
ovunque giunge la divina luce,
e il grido morirà delle sacrate
mura che al re Laomedonte un tempo
intorno ad Ilïone Apollo ed io
edificammo con assai fatica.
Che dicesti? sdegnoso gli rispose
l'adunator de' numbi: altro qualunque
Iddio di forza a te minor potrebbe
di questo paventar. Ma del possente
Enosigèo la gloria al par dell'almo
raggio del sole splenderà per tutto.
Or ben: sì tosto che gli Achei faranno
veleggiando ritorno al patrio lido,
e tu quel muro abbatti e tutto quanto
sprofondalo nel mare, e d'alta arena
coprilo sì che ogni orma ne svanisca.
In questo favellar l'astro s'estinse
del giorno, e l'opra degli Achei fu piena.
Della sera allestite indi le mense
per le tende, cibâr le opime carni
di scannati giovenchi, e ristorârsi
del vino che recato avean di Lenno
molti navigli; e li spediva Eunèo
d'Issipile figliuolo e di Giasone.
Mille sestieri in amichevol dono
Eunèo ne manda ad ambedue gli Atridi;
compra il resto l'armata, altri con bronzo,
altri con lame di lucente ferro;
qual con pelli bovine, e qual col corpo
del bue medesmo, o di robusto schiavo.
Lieto adunque imbandîr pronto convito
gli Achivi, e tutta banchettâr la notte.
Banchettava del par nella cittade
porte espugnammo: e nondimen più scarsi
eran gli armati che guidammo al sacro
muro di Marte, ne' divini auspìci
fidando e in Giove. Per l'opposto quelli
peccâr d'insano ardire e vi periro.
Non pormi adunque in onor pari i padri.
Gli volse un guardo di traverso il forte
Tidìde, e ripigliò: T'accheta, amico,
ed obbedisci al mio parlar. Non io,
se il re supremo Agamennóne istiga
alla pugna gli Achei, non io lo biasmo.
Fia sua la gloria, se, domati i Teucri,
noi la sacra cittade espugneremo,
e suo, se spenti noi cadremo, il lutto.
Dunque a dar prove di valor si pensi.
Disse, e armato balzò dal cocchio in terra.
Orrendamente risonâr sul petto
l'armi al re concitato, a tal che preso
n'avrìa spavento ogni più fermo core.
Siccome quando al risonante lido,
di Ponente al soffiar, l'uno sull'altro
del mar si spinge il flutto; e prima in alto
gonfiasi, e poscia su la sponda rotto
orribilmente freme, e intorno agli erti
scogli s'arriccia, li sormonta, e in larghi
sprazzi diffonde la canuta spuma:
incessanti così l'una su l'altra
movon l'achee falangi alla battaglia
sotto il suo duce ognuna; e sì gran turba
marcia sì cheta, che di voce priva
la diresti al vederla; e riverenza
era de' duci quel silenzio; e l'armi
di varia guisa, di che gìan vestiti
tutti in ischiera, li cingean di lampi.
Ma simiglianti i Teucri a numeroso
gregge che dentro il pecoril di ricco
padron, nell'ora che si spreme il latte,
s'ammucchiano, e al belar de' cari agnelli
rispondono belando alla dirotta;
così per l'ampio esercito un confuso
mettean schiamazzo i Teucri, ché non uno
era di tutti il grido né la voce,
ma di lingue un mistìo, sendo una gente
da più parti raccolta. A questi Marte,
a quei Minerva è sprone, e quinci e quindi
lo Spavento e la Fuga, e del crudele
Marte suora e compagna la Contesa
insazïabilmente furibonda,
che da principio piccola si leva,
poi mette il capo tra le stelle, e immensa
passeggia su la terra. Essa per mezzo
alle turbe scorrendo, e de' mortali
addoppiando gli affanni, in ambedue
le bande sparse una rabbiosa lite.
Poiché l'un campo e l'altro in un sol luogo
convenne, e si scontrâr l'aste e gli scudi,
e il furor de' guerrieri, scintillanti
ne' risonanti usberghi, e delle colme
targhe già il cozzo si sentìa, levossi
un orrendo tumulto. Iva confuso
col gemer degli uccisi il vanto e il grido
degli uccisori, e il suol sangue correa.
Qual due torrenti che di largo sbocco
devolvonsi dai monti, e nella valle
per lo concavo sen d'una vorago
confondono le gonfie onde veloci:
n'ode il fragor da lungi in cima al balzo
l'atterrito pastor: tal dai commisti
eserciti sorgea fracasso e tema.
Primo Antiloco uccise un valoroso
Teucro, alle mani nelle prime file,
il Taliside Echèpolo, il ferendo
nel cono del chiomato elmo: s'infisse
la ferrea punta nella fronte, e l'osso
trapanò: s'abbuiâr gli occhi al meschino,
che strepitoso cadde come torre.
Ghermì pe' piedi quel caduto il prence
de' magnanimi Abanti Elefenorre
figliuol di Calcodonte, e desïoso
di spogliarlo dell'armi, lo traea
fuor della mischia: ma fallì la brama;
ché mentre il morto ei dietro si strascina,
Agenore il sorprende, e a lui che curvo
offrìa nudati di pavese i fianchi,
tale un colpo assestò, che gli disciolse
le forze, e l'alma abbandonollo. Allora
tra i Troiani e gli Achei surse una fiera
zuffa sovr'esso: s'affrontâr quai lupi,
e in mutua strage si metteano a morte.
Qui fu che Aiace Telamonio il figlio
d'Antemion percosse il giovinetto
Simoesio, cui scesa dall'Idee
cime la madre partorì sul margo
del Simoenta, un giorno ivi venuta
co' genitori a visitar la greggia;
e Simoesio lo nomâr dal fiume.
Misero! Ché dei presi in educarlo
dolci pensieri ai genitor diletti
rendere il merto non poteo: la lancia
d'Aiace il colse, e il viver suo fe' breve.
beon l'onde sacre, e quei che di Lilèa
domano i gioghi alle cefisie fonti.
Son quaranta le prore al mar fidate
da questi prodi, e tutte in ordinanza
de' Beozî disposte al manco lato.
Di Locride guidava i valorosi
Aiace d'Oïlèo, veloce al corso.
Di tutta la persona egli è minore
del Telamonio, né minor di poco;
ma picciolo quantunque e non coperto
che di lino torace, ei tutti avanza
e Greci e Achivi nel vibrar dell'asta.
Di Cino, di Callïaro e d'Opunte
lo seguono i deletti, e quei di Bessa,
e quei che i colti dell'amena Augèe
e di Scarfe lasciâr, misti di Tarfa
ai duri agresti, e quei di Tronio a cui
il Boagrio torrente i campi allaga.
Venti e venti il seguìan preste carene
della locrese gioventù venuta
di là dai fini della sacra Eubèa.
Ma gl'incoli d'Eubèa gli arditi Abanti,
Eretrïensi, Calcidensi, e quelli
dell'aprica vitifera Istïea,
e di Cerinto e in una i marinari,
e i montanari dell'alpestre Dio,
e quei di Stira e di Caristo han duce
il bellicoso Elefenòr, figliuolo
di Calcodonte, e sir de' prodi Abanti.
Snellissimi di piè portan costoro
fiocchi di chiome su la nuca, egregi
combattitori, a maraviglia sperti
nell'abbassar la lancia, e sul nemico
petto smagliati fracassar gli usberghi.
E quaranta di questi eran le vele.
Della splendida Atene ecco gli eroi,
popolo del magnanimo Erettèo
cui l'alma terra partorì. Nudrillo
ed in Atene il collocò Minerva
alla sant'ombra de' suoi pingui altari,
ove l'attica gente a statuito
giro di soli con agnelli e tauri
placa la Diva. Guidator di questi
era il Petìde Menestèo. Non vede
pari il mondo a costui nella scïenza
di squadronar cavalli e fanti. Il solo
Nestor l'eguaglia, perché d'anni il vince.
Cinquanta navi ha seco. Unîrsi a queste
sei altre e sei di Salamina uscite,
al Telamonio Aiace obbedienti.
Seguìa l'eletta de' guerrier, cui d'Argo
mandava la pianura e la superba
d'ardue mura Tirinto e le di cupo
golfo custodi Ermïone ed Asìne.
Con essi di Trezene e della lieta
di pampini Epidauro e d'Eïone
venìa la squadra; e dopo questa un fiero
di giovani drappello che d'Egina
lasciò gli scogli e di Masete. A questi
tre sono i duci, il marzio Dïomede,
Stènelo dell'altero Capanèo
diletta prole, e il somigliante a nume
Eurïalo figliuol di Mecistèo
Talaionide. Ma del corpo tutto
condottiero supremo è Dïomede.
E sono ottanta di costor le antenne.
Ma ben cento son quelle a cui comanda
il regnatore Agamennóne Atride.
Sua seguace è la gente che gl'invìa
la regale Micene e l'opulenta
Corinto, e quella della ben costrutta
Cleone e quella che d'Ornee discende,
e dall'amena Aretirèa. Né scarsa
fu de' suoi Sicïon, seggio primiero
d'Adrasto. Anco Iperesia, anco l'eccelsa
Gonoessa e Pellene ed Egio e tutte
le marittime prode, e tutta intorno
d'Elice la campagna impoverîrsi
d'abitatori. E questa truppa è fiore
di gagliardi, e la più di quante allora
schierârsi in campo. D'arme rilucenti
iva il duce vestito, ed esultava
in suo segreto del vedersi il primo
fra tanti eroi; e veramente egli era
il maggior di que' regi, e conducea
il maggior nerbo delle forze achive.
Il concavo di balze incoronato
lacedemonio suol Sparta e Brisèe,
e Fari e Messa di colombe altrice,
e Augìe la lieta e l'amiclèa contrada,
Etila ed Elo al mar giacente e Laa,
queste tutte spedîr sovra sessanta
prore i lor figli; e Menelao li guida
aïtante guerrier. Disgiunta ei tiene
dalla fraterna la sua schiera, e forte
del suo proprio valor la sprona all'armi,
di vendicar su i Teucri impazïente
l'onta e i sospir della rapita Elèna.
Di novanta navigli capitano
veniva il veglio cavalier Nestorre.
Di Pilo ei guida e dell'aprica Arene
gli abitanti e di Trio, guado d'Alfèo,
e della ben fondata Epi, con quelli
a cui Ciparissente e Anfigenìa
sono stanza, e Ptelèo ed Elo e Dorio,
Dorio famosa per l'acerbo scontro
che col tracio Tamiri ebber le Muse
il giorno che d'Ecalia e dagli alberghi
dell'ecaliese Eurìto ei fea ritorno.
Millantava costui che vinte avrìa
al paragon del canto anco le Muse,
le Muse figlie dell'Egìoco Giove.
Adirate le dive al burbanzoso
tolser la luce e il dolce canto e l'arte
delle corde dilette animatrice.
Seguìa l'arcade schiera dalle falde
del Cillene discesa e dai contorni
del tumulo d'Epìto, esperta gente
nel ferir da vicino. Uscìa con essa
di campestri garzoni una caterva,
che del Fenèo li paschi e il pecoroso
Orcomeno lasciâr. V'eran di Ripe
e di Strazia i coloni e di Tegèa,
e quei d'Enispe tempestosa, e quelli
cui dell'amena Mantinèa nutrisce
l'opima gleba e la stinfalia valle
e la parrasia selva. Avean costoro
spiegate al vento di cinquanta e dieci
navi le vele, che a varcar le negre
onde lor diè lo stesso rege Atride
Agamennóne; perocché di studi
marinareschi all'Arcade non cale.
D'intrepidi nell'arme e sperti petti
iva carca ciascuna, e la reggea
d'Ancèo figliuolo il rege Agapenorre.
La squadra che consegue, e si divide
quadripartita, ha quattro duci, e ognuno
a dieci navi accenna. Le montaro
molti Epèi valorosi, e gli abitanti
di Buprasio e del sacro elèo paese,
e di tutto il terren che tra il confine
di Mirsino ed Irmino si racchiude,
e tra l'Olenia rupe e l'erto Alìsio.
Di Cteato figliuol l'illustre Anfimaco
guida il primo squadron, Talpio il secondo
egregio seme dell'Eurìto Attòride;
Dïore il terzo, generosa prole
d'Amarincèo. Del quarto è correttore
il simigliante a nume Polisseno,
germe dell'Augeïade Agastene.
Ai forti di Dulichio e delle sacre
Echinadi isolette, che rimpetto
alle contrade elèe rompon l'opposto
pelago, a questi è condottier Megete,
di sembiante guerrier pari a Gradivo.
Il generò Filèo diletto a Giove,
buon cavalier che dai paterni un giorno
odii sospinto alla dulichia terra
migrò fuggendo, e v'ebbe impero. Il figlio
quaranta prore ad Ilïon guidava.
Dei prodi Cefaleni, abitatori
d'Itaca alpestre e di Nerito ombroso,
di Crocilèa, di Samo e di Zacinto
e dell'aspra Egelìpe e dell'opposto
continente, di tutti è duce Ulisse
vero senno di Giove; e lo seguièno
dodici navi di vermiglio pinte.
Ne spinge in mar quaranta il capitano
degli Etoli Toante, a cui fu padre
Andrèmone; e traea seco le torme
di Pleurone, d'Oleno e di Pilene,
quelle dell'aspra Calidone e quelle
di Calcide. E raccolta era in Toante
degli Etòli la somma signorìa
da che la Parca i figli ebbe percosso
del magnanimo Enèo, posto col biondo
Meleagro infelice ei pur sotterra.
Il gran mastro di lancia Idomenèo
guida i Cretesi che di Gnosso usciro,
di Litto, di Mileto e della forte
Gortina e dalla candida Licasto
e di Festo e di Rizio, inclite tutte
popolose contrade, ed altri molti
dell'alma Creta abitator, di Creta
che di cento città porta ghirlanda.
Di questi tutti Idomenèo divide
col marzio Merïon la glorïosa
capitananza; e ottanta navi han seco.
Nove da Rodi ne varâr gli alteri
Rodïani per l'isola partiti
in triplice tribù: Lindo, Jaliso,
e il biancheggiante di terren Camiro.
L'Eraclide Tlepòlemo è lor duce,
grande e robusto battaglier che al forte
Ercole un giorno Astïochèa produsse,
cui d'Efira e dal fiume Selleente
seco addusse l'eroe, poiché distrutto
v'ebbe molte cittadi e molta insieme
gioventù generosa. Entro i paterni
fidi alberghi Tlepòlemo cresciuto
per cagione d'Antèa sposa al tiranno.
Furïosa costei ne desïava
segretamente l'amoroso amplesso;
ma non valse a crollar del saggio e casto
Bellerofonte la virtù. Sdegnosa
del magnanimo niego l'impudica
volse l'ingegno alla calunnia, e disse
al marito così: Bellerofonte
meco in amor tentò meschiarsi a forza:
muori dunque, o l'uccidi. Arse di sdegno
Preto a questo parlar, ma non l'uccise,
di sacro orror compreso. In quella vece
spedillo in Licia apportator di chiuse
funeste cifre al re suocero, ond'egli
perir lo fêsse. Dagli Dei scortato
partì Bellerofonte, al Xanto giunse,
al re de' Licii appresentossi, e lieta
n'ebbe accoglienza ed ospital banchetto.
Nove giorni fumò su l'are amiche
di nove tauri il sangue. E quando apparve
della decima aurora il roseo lume
interrogollo il sire, e a lui la tèssera
del genero chiedea. Viste le crude
note di Preto, comandògli in prima
di dar morte all'indomita Chimera.
Era il mostro d'origine divina
lïon la testa, il petto capra, e drago
la coda; e dalla bocca orrende vampe
vomitava di foco. E nondimeno
col favor degli Dei l'eroe la spense.
Pugnò poscia co' Sòlimi, e fu questa,
per lo stesso suo dir, la più feroce
di sue pugne. Domò per terza impresa
le Amazzoni virili. Al suo ritorno
il re gli tese un altro inganno, e scelti
della Licia i più forti, in fosco agguato
li collocò; ma non redinne un solo:
tutti gli uccise l'innocente. Allora
chiaro veggendo che d'un qualche iddio
illustre seme egli era, a sé lo tenne,
e diegli a sposa la sua figlia, e mezza
la regal potestade. Ad esso inoltre
costituiro i Licii un separato
ed ameno tenér, di tutti il meglio,
d'alme viti fecondo e d'auree messi,
ond'egli a suo piacer lo si coltivi.
Partorì poi la moglie al virtuoso
Beller